Habemus presidente.

31 08 2006

 

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A tre mesi dalle elezioni amministrative, siamo riusciti finalmente ad eleggere il presidente del consiglio comunale. Un “dipietrista”. Con la formula della provvisorietà, quella che in Italia rende tutto definitivo. Ci è voluta la minaccia delle dimissioni da parte del Sindaco per risolvere la complicata situazione. Tuttavia credo che il centrosinistra abbia l’obbligo di rilanciare la sua azione politica e riconquistare la fiducia dei cittadini. Ormai esausti dal triste teatrino dei passati novanta giorni.



La Maggioranza resti quella delle urne.

10 08 2006

Oggi, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, un contributo di chiarezza alla situazione di stallo venutasi a creare all’indomani delle elezioni comunali.

Mi sembra che l’epilogo dell’ultimo (primo) consiglio comunale e i suoi successivi commenti (ufficiali e non), abbiano innanzitutto evidenziato, ove ce ne fosse stato bisogno, quanto non basti solo vincere, ma sopratutto saper governare. Non che nessuno avesse mai paventato i rischi di una vittoria così schiacciante, ma la cronaca politica dei giorni post elezioni, non l’avremmo mai immaginata così come tristemente s’è evoluta. Personalmente ho provato un grande senso di imbarazzo assistendo direttamente ai lavori del consiglio, non solo perché il livello non è mai caduto così in basso, quanto si avvertiva una disarmante impotenza a tutelare la dignità di un istituto così importante. Tuttavia, proprio perché la democrazia dell’alternanza si deve reggere su due solide gambe (se una è più pesante dell’altra il sistema collasserebbe), anche dalle vicende più infelici si scruta qualche aspetto positivo. Mi riferisco per esempio ai timidi segni di reazione e ricomposizione di una minoranza, della cui presenza in questo momento, Dio solo sa quanto ha bisogno la maggioranza. Beninteso, non per il soccorso sui numeri, ma per l’importantissimo ruolo di controllo e critica costruttiva, funzioni dalle quali hanno completamente abdicato negli ultimi anni. Ma veniamo alla maggioranza.Il triste risultato del consiglio comunale ci impone di effettuare una seria riflessione. Anche a voce alta e senza tentennamenti. E riflettere significa da un lato poter consolidare le convinzioni e dall’altro ammettere gli sbagli o i frettolosi errori di valutazione. Ad imporcelo non è solo l’ormai asfissiante e sacrosanta sollecitazione che ci viene dagli esausti cittadini, ma anche un preciso senso di responsabilità che dovremmo cominciare a metter fuori. Tutti insieme, nessuno escluso, anche a discapito del ridimensionamento di parte delle nostre custodite sovranità. I cittadini, la gente comune, sa che dalle urne del 28 e 29 maggio, è uscita fuori una maggioranza con il 71%. Un risultato che impone a 31 consiglieri comunali di governare e ai restanti 9 di fare opposizione. Bene, partiamo da questo dato oggettivo. Credo che la maggioranza che è venuta fuori col voto debba essere la stessa che si appresta a consolidare l’azione di Governo della città. L’elevato rispetto nei confronti di coloro che ci hanno accordato questo ampio consenso, ci impone atti altrettanto chiari e consequenziali. Le stesse azioni che ci dovranno portare nel futuro a rifiutare categoricamente maggioranze trasversali o variabili a seconda degli interessi in campo. Ecco perché l’auspicio primario è quello di presentarci al prossimo consiglio comunale per eleggere un presidente frutto di una proposta unitaria di 31 consiglieri comunali. Una proposta che non può essere il frutto di veti incrociati, diktat, ricatti o azioni di forza.Credo che tutti, dai partiti agli eletti, debbano innanzitutto sentire forte la responsabilità di dare fiducia, serenità e stabilità politico-amministrativa alla città e ai suoi cittadini. E la fiducia la si da con le azioni serie ed inequivocabili.

Spero che la maggioranza consiliare e politica resti intatta per tutto l’arco della consiliatura e per quanto mi riguarda mi guarderò bene dal prender parte ai lavori consiliari fin quando non si raggiungerà la più larga intesa. Non foss’altro per eliminare i rischi di un ulteriore spettacolo di cattivo gusto. In caso contrario, se lo stallo continuasse e se una classe politica si dovesse imballare solo per l’elezione del presidente, allora bisognerebbe trarre tutte le conseguenze del caso. Ma io resto fiducioso. Piuttosto, le forze politiche e il consiglio comunale discutano e si dividino sui problemi seri della città, sulle modalità d’approccio alla loro risoluzione, sulla varietà di politiche da mettere in atto. Ricordando sempre che la misura della libertà di tutti noi è direttamente proporzionale all’assenza di interessi di parte da tutelare. 



L’accordo possibile.

2 08 2006

Quando si parla del bene della città, credo che non si debba lasciare spazio alla strumentalizzazione e si debba ricercare la possibile unità politica ed Istituzionale. E’ il caso che ciò avvenga all’indomani della firma del documento dei 10 Sindaci della VI provincia Pugliese (Barletta-Andria-Trani) e del Commissario straordinario, con il quale si è definito il generale assetto della dislocazione degli uffici del nuovo Ente.

Nelle more della nascita di una cittadella Istituzionale equidistante tra i tre capoluoghi, l’accordo prevede questa assegnazione provvisoria:
Barletta: Presidenza, Giunta, Consiglio provinciale, Comando provinciale VV.FF., Capitaneria di Porto, Motorizzazione civile;
Andria: Prefettura, Direzione provinciale del lavoro;
Trani: Tesoreria e Ragioneria provinciali dello Stato, Agenzie delle Entrate, del Territorio, delle Dogane e del Demanio;

Al netto di quelle che sono le sacrosante rivendicazioni della città di Barletta (pioniera nella lotta per l’Istituzione della provincia), se riuscissimo a comprendere che tale accordo prende spunto dal principio di policentricità che ha accompagnato la nascita del nuovo Ente, allora riusciremmo a vedere il “bicchiere mezzo pieno”. Tutto il resto è parlarsi addosso, o peggio ancora meditata strumentalizzazione.