L’ingratitudine è, in egual misura, il maggior danno e uno dei migliori benefici che il sottoscritto possa ricevere dai suoi simili. Per una serie di innumerevoli ragioni. Forse perchè possiedo uno smisurato culto della mia personalità, forse perchè non manco mai di coccolare il mio amato egoismo, forse perchè ho piena coscienza di non esser “un buono”, forse perchè non confondo mai la generosità (che ho) con l’altruismo (che non ho), o perchè diffido totalmente dall’istituto della “delega” (prima che lo faccia tu, lo faccio io, prima e meglio), o ancora perchè mi incazzo difronte ad ogni forma di pensiero debole. Insomma, l’ingratidudine sarà pure la peggiore di tutte le colpe (come diceva Seneca), ma con me (che non ho mai temuto le guerre, piuttosto il progressivo allontanarsi delle stesse) assume un significato estremo.
L’ingratitudine politica, poi, m’appassiona fino al punto di divertirmi, proprio perchè, pur essendo molto affezionato alla pratica dell’indifferenza, alcune volte reagire mi mette di buon umore.
E allora capita che ti viene presentata una persona di cui prima ignoravi l’esistenza, tu la metti in lista, viene eletta con i tuoi voti e dopo un po’ di tempo fa la “quaglia”. Dimenticandosi persino di avvisarti. E Dio solo sa quanto io odii le scelte che non determino. Ecco, di queste persone io provo un necessario senso di pietà. Misto a spontaneo divertimento.
Il mondo sarà pure distinto tra coloro che cambiano idea per il bene del proprio partito e coloro che cambiano partito per amore delle proprie idee, ma tutto ha un limite. Verso le persone che cambiano “casacca”, che utilizzano i partiti come dei “tram”, che con molta leggerezza stanno prima di qua e poi di la, nei confronti di tutta questa miseria umana, io provo un sentimento di assoluta pietà.
A Maria giungano le miei più gradite sollecitazioni di buona fortuna politica. Alla quale fortuna bisogna saper chiedere sempre e solo favori, ma mai cercare di trattenerla sapendo di non avere la predisposizione ad esserle grata.