A Michele Carmòn.
8 03 2010Qualche giorno fa se ne è andato Michele Doronzo. Per molti uno sconosciuto, per me un importante punto di riferimento. Michele aveva 77 anni ed era una delle ultime bandiere della grande storia democratica cristiana. Lui non era un colletto bianco, nemmeno un potentato, non era un ex e non aveva mai assunto incarichi elettivi o di partito. Michele era stato un netturbino. Lui era semplicemente un portatore d’acqua al grande mulino della casa comune, uno di quelli che in passato chiamavano “attivisti”. La sua vita, per molti versi difficile, fu per larga parte dedicata al partito. Lo chiamavano “Carmòn”, non chiedetemi perché. Non lo so. Michele era considerato il Re della “Dimiccoli”. Non c’è stato elettore che si sia recato a votare “abbesc o paraticchj”, che lui non abbia fermato per dargli – come li chiamava – “i biglitt”: “chiedo scusa signorina, p’rmitt ‘na parol? Nou ma vutè a cuss….mi raccomando” (serrando le labbra e sgranando gli occhi).
Quando parlavo con lui, mi sembrava di rotolare in un pozzo senza fondo di storia vissuta e aneddoti. L’esordio era sempre lo stesso: “jei sa’ Morotee” (io sono Moroteo). E lo urlava con vigore giurandolo sul lutto che portava addosso. Michele indossava sempre una maglietta nera. Quando mi vedeva, mi veniva incontro e mi stringeva, s’arrabbiava perché non ci vedevamo spesso, ma poi comprendeva. E il suo volto, scontroso e burbero, d’un tratto s’addolciva, gli occhi gli diventavano lucidi e le lacrime creavano solchi profondi sul suo viso scuro.
Di Michele potrei parlare all’infinito. I ricordi mi si affollano nella mente in maniera disordinata e, onestamente, faccio fatica pure a trattenere l’emozione. Si, faccio fatica anch’io, che di emozioni non ne provo quasi mai e quando le provo di solito non le esterno. Ricordo un giorno in cui al Partito Popolare Italiano organizzammo un convegno su Aldo Moro. In quell’occasione, in una sala riunioni della Chiesa di San Domenico, partecipo la figlia, Maria Fida Moro. Michele era seduto in prima fila. Interrompeva sempre con applausi o con un “brava”. Alla fine gli facemmo uno dei più bei regali che avrebbe mai desiderato ricevere: una cartolina con la foto di Aldo Moro con dedica della figlia dello statista ucciso. La mostrava a chiunque e ne andava fiero.
O, ancora, quando gli portai l’allora Presidente della Provincia, Marcello Vernola. Lo abbraccio, tirandoselo e se, fino quasi a fargli male.
Michele era quello che appena sapeva dell’arrivo di Aldo Moro a Bari, allarmava i suoi amici pescivendoli, si faceva preparare un grande telaio di pesci e si recava all’aeroporto. Aspettava il “Presidente” vicino alla sua scorta. Lo intravedeva, gli correva incontro e gli esclamava: “buongiorno Presidente, questo è un presente di Michelino Doronzo da Barletta”. Moro sorrideva e lo accettava come sempre, gli chiedeva della sua famiglia e di che aria tirasse a Barletta. “Tutt appost, Presidente”.
Ricordo la sua incessante presenza davanti al comitato elettorale di via Roma, durante le mie campagne elettorali. La condizione era solo quella di prenderlo e di riportarlo a casa. In moto, ovviamente, con le gambe che gli penzolavano (era di bassa statura) ed entrambe le mani sulle mie spalle. Non poteva affaticarsi, Michele. Aveva problemi respiratori e camminava a fatica con il suo inseparabile bastone a tre piedi.
Aveva problemi respiratori, già, ma continuava a fumare. Durante una delle ultime campagne elettorali, passammo io ed Enzo Bailon a salutarlo davanti alla “Dimiccoli”. Lui era seduto sulla solita sedia in legno scuro che si trascinava sulle spalle da casa. Gli chiedemmo se andava tutto bene e se avesse bisogno di qualcosa. Ci rispose che gli mancavano le sigarette. Io avevo un pacco di Philip Morris e glielo porsi. Mi rispose: “no, chid nòn…chid m fann mal, acchett’m nu pacchett d’ malbor rass….100’s (No, quelle no…quelle mi fanno male, comprami un pacchetto di Marlboro rosse 100’s).
Scoppiammo a ridere. Questo era Michele.
Che la Terra ti sia lieve, amico mio. E non smettere mai di ridere, lassù. Perché sapendoti felice, renderai più lieve anche il nostro vuoto quaggiù.





